La disamistade, i pentiti e Lombardini

18 December 2005 — Fregnacce

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Luigi LombardiniHo recentemente visto il cortometraggio intitolato “Disamistade: una storia di vendette in Sardegna”, realizzato da Gabriella Angheleddu e Ernst-August Zurborn. È un bel documentario sulla disamistade più nota del paesino di Mamoiada, ossia la pluridecennale faida tra le famiglie Mele e Cadinu che pesa tuttora in quella zona della bella Barbagia. Il filmato è più evocativo che informativo: non c’è nessuno spazio per gli aspetti giudiziari ma molto viene lasciato alle interviste molto libere che la Angheleddu ha realizzato proprio con i protagonisti, che esprimono in piena libertà alcuni princìpi etici della propria tradizione che lasciano stupiti. Sono famiglie di pastori, per lo più, abituate a vivere anche geograficamente a contatto con i flussi di latitanti che dopo aver compiuto un delitto (spesso proprio una di quelle vendette a mente fredda) si nascondono nei monti; a costoro, dice Cadinu, un pasto e magari l’aiuto per qualche commissione non si negano mai, indipendentemente dalla colpevolezza di queste persone che tanto non si potrà sapere - e che, aggiunge, è anche meglio non sapere. Insomma, storie di omertà, di varia criminalità: niente di nuovo, verrebbe da commentare. E il punto infatti è proprio questo: non si tratta di vicende degli anni Cinquanta, ma di strutture sociali ancora in vigore con le proprie regole e le proprie economie ai margini della civilià urbana e borghese che conosciamo.
Sullo sfondo poi aleggia l’incompiuta figura del giudice Luigi Lombardini, il magistrato cow-boy che lavorò per trent’anni contro i sequestri in Sardegna. Lombardini viene tirato in ballo con molti sospiri dai vari protagonisti soprattutto per le conseguenze che le dichiarazioni dei suoi pentiti provocavano nelle comunità locali: quasi tutti gli intervistati sostengono che molti omicidi, molte vendette e molti scandali sono causati a loro volta proprio da questi pentiti che improvvisamente riversano nelle mani della giustizia decine di nomi, scegliendo non di aiutare la giustizia ma di sistemare il proprio tornaconto personale.
Ancora una volta il filone sardo è una miniera di indizi per comprendere come funzionano certi meccanismi e come gli stessi fili legano la piccola criminalità, l’orgoglio delle famiglie di paese, il terrorismo, i sequestri, la malagiustizia, i servizi segreti e le alte istituzioni. E qui ovviamente non mi riferisco al filmato della Angheleddu, che preferisce le scene di vita rurale a quelle dei palazzi del potere, ma a tante vicende tra cui ad esempio proprio le verità illegali del giudice Lombardini, con la sua figura e la sua grandezza. Il fatto che ad oggi non vi siano libri e film sul tema, come invece meriterebbe perlomeno per un dibattito morale sugli approcci politicamente scorretti alle indagini giudiziarie, purtroppo fa temere che questi argomenti siano più che mai troppo vicini all’attualità paraistituzionale.

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