Il blocco degli indirizzi IP

3 February 2006 — Diavolerie informatiche

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Da qualche settimana nel sito di Punto Informatico e in altre sedi si discute delle nuove norme approvate dal Parlamento italiano in materia di lotta alla pedofilia. Questa legge prevede anche un ruolo attivo dei provider Internet che dovrebbero vigilare ed intervenire al rilevamento di traffico di materiale pedopornografico. I principali rilievi che si fanno sono proprio su questo ruolo poliziesco che le compagnie di telecomunicazione dovrebbero svolgere, sia in quanto onere assai complicato sia in quanto trasferimento alle singole aziende di competenze tipiche delle forze dell’ordine e della magistratura. Alcuni pareri interessanti si possono leggere nell’archivio pubblico della mailing list di Società Internet.

Su questo dibattito si è incastonata anche un’altra notizia recente, relativa a disposizioni della magistratura rivolte ai provider, con l’ordinanza di impedire l’accesso ad alcuni indirizzi IP stranieri. Il caso di specie è quello di un sito cinese che offre la possibilità di vedere le partite di calcio per le quali in Italia l’esclusiva è posseduta da Sky. Le critiche sono molte e immediate: come mai per queste cose si va nel concreto e invece per la pedopornografia non si fa altrettanto? è morale censurare siti stranieri? se si tratta solo di Sky, i rischi connessi (oscuramento di contenuti leciti) valgono meno del fumus del reato?

Ebbene, sanno tutti che al costo di pochi euro si può ottenere una shell all’estero da usare comodamente per accedere agli indirizzi bloccati dall’Italia, e questo dimostra che certe azioni di polizia informatica non peccano tanto di poca trasparenza - come dice De Andreis in un suo commento - quanto invece di poca efficacia: chi ha l’abitudine di guardare le partite di calcio da un sito cinese non saprà trovare il modo di aggirare il filtro? E a maggior ragione, chi traffica materiale pedopornografico - già oggi per lo più con la protezione di proxy stranieri - sarà effettivamente inibito da questi provvedimenti?

Come tanti hanno già detto anche nella mailing list di Società Internet, il principio secondo cui non si punisce un reato ma lo si previene con lo strumento della censura non è un problema specifico di Internet ma è una prassi facilmente estendibile a molti settori del vivere contemporaneo. In più adesso viene ad incontrare un altro grande problema storicamente travisato: statistiche stranote dimostrano che il 90% degli abusi sessuali sui minori avviene in famiglia o in parrocchia, senza alcun legame con la rete Internet. Ma
c’è di più: il materiale che viene scambiato in Internet è solo in minima parte prodotto appositamente per fini commerciali. Il resto, come è stato rilevato, proviene da abusi compiuti in famiglia oppure è materiale autoprodotto. Bloccare l’accesso a siti web, quindi, non solo è scarsamente efficace perché il grosso avviene via P2P, ma è anche nel complesso orientato ad una parte minima del problema che si va a combattere: potremmo dire che si va a colpire il semplice epifenomeno della questione, che invece ha altre radici. È per questo che - ammessa ma non concessa l’efficacia - lo strumento della censura Internet è sproporzionato considerando il rischio che la sua introduzione nell’ordinamento legislativo può avere (calcio, Sky eccetera).

È un ennesimo caso in cui con spreco di parole, soldi e indignazioni da salotto si colpisce la parte evidente dei problemi perché solo in questo modo l’operazione può avere visibilità sull’opinione pubblica. È come cercare di fermare il fenomeno dello spaccio e delle morti per droga arrestando i ragazzini che si fanno gli spinelli; è come fare le multe ai clienti delle prostitute per contrastare il traffico e lo sfruttamento di queste ultime.

Ah, a proposito: siamo sotto elezioni.

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