Hannah e Mary, uno “spettacolo epistolare”

29 March 2010 — Spunti

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Hannah e Mary si erano già incontrate a Manhattan, nel 1944. Filosofa tedesca l’una, sfuggita alla Germania nazista, scrittrice americana l’altra; entrambe ben calate nel ruolo di rampanti intellettuali, dedite alla frequentazione di salotti e alla ricerca di un filo narrativo per la propria vita e la propria ricerca morale. L’incontro tra le due giovani donne è però destinato a trasformarsi in una vera e propria amicizia, quando, un anno dopo, si reincontrano ad una festa. Mary fa una battuta infelice su Hitler e Hannah le risponde stizzita affermando di essere stata in un campo di concentramento. Qualche minuto di accesa discussione, poi un silenzio, due sorrisi ed una stretta di mano: «Ricominciamo da capo. Piacere, Mary McCarthy». «Piacere, Hannah Arendt». Buio.

Inizia così uno spettacolo teatrale bello ed interessante recentemente proposto al Teatro Quirino di Roma, incentrato sul rapporto di amicizia tra le due donne passate alla storia del Novecento. È proprio l’amicizia la chiave di questa lettura, che trae spunto dal fitto rapporto epistolare consegnato ai posteri, in cui le due mescolano riflessioni di carattere morale, politico e filosofico con ricette di cucina, pettegolezzi e problemi di cuore. La lotta per le libertà civili, l’attualità politica internazionale, il processo Heichmann animano un continuo confronto in cui la Arendt e la McCarthy cercano di capire e di capirsi, con la massima sincerità e senza velleità intellettualistiche. Si scambiano le bozze dei libri, si criticano a vicenda e si sostengono nei loro dilemmi filosofici come nelle difficoltà lavorative e in quelle personali. Lutti, storie d’amore, viaggi, accuse infamanti sui giornali.
Hannah e Mary è un testo di Silvia Zoffoli, che lo ha messo in scena ed interpretato nei panni di Mary insieme a Giordana Moscati che interpreta la Arendt. Una proposta nuova fatta da due giovani artiste emergenti, che in questa rassegna al Teatro Quirino hanno avuto l’occasione di misurarsi con un pubblico ampio che ha apprezzato sinceramente. Uno dei punti di forza della drammaturgia è che può essere letta a più livelli, risultando comprensibile ad ognuno e fornendo comunque spunti di riflessione: dall’amicizia tra due donne alla rappresentazione di un contesto storico e culturale, dai temi filosofici fino ai grandi drammi del Novecento. Per poi tornare, con un violento zoom, alla dimensione di una donna che dopo aver lottato, scritto romanzi di successo, preso posizioni contro il potere e la morale cattolica, è persa e chiusa nel suo abito a lutto e non riesce a scrivere in memoria dell’amica morta per attacco cardiaco.

Se il testo è scritto giocando sottilmente su questi livelli di lettura, la regia di Silvia Zoffoli non è meno complessa. La scenografia, che a prima vista appare semplice e minimalista, in realtà è riccamente elaborata. Consiste in elementi modulari componibili che tra una scena e l’altra vengono movimentati a vista per ricreare in pochi secondi situazioni diverse: il focolare domestico, la mondanità delle feste newyorkesi, la dimensione straniante degli scenari urbani, la freddezza di una corsia d’ospedale, l’intimità di una toletta, la crudeltà di una sventagliata di accuse sui giornali. Le scene sono ricreate con un misto di simbolismi, allusioni, richiami figurativi e intenti didascalici; è difficile dire quale di questi sia lo strumento prevalente vista la ricchezza di idee introdotte, molte delle quali meritano di essere riprese e sviluppate. La recitazione, al pari con la scenografia, alterna momenti di naturalismo drammatico con impersonali rese della corrispondenza epistolare la quale, posta a simbolo del rapporto tra le protagoniste, diventa quasi un terzo personaggio in scena. Da segnalare anche l’attenzione alla varietà dei costumi e il sapiente disegno luci.

Silvia Zoffoli e Giordana Moscati le ho viste lavorare. Durante le prove Silvia sa dove vuole arrivare e ha le idee chiare. Preoccupata perché non si perda mai il ritmo dello spettacolo, la vedevo spronare la compagnia battendo il tempo dei movimenti con le mani. Sa che uno spettacolo così complesso deve funzionare come una macchina e che l’unica strada è quella di lavorare seriamente, con costanza, evitando ogni rischio di cadute amatoriali. Perché quando si arriva al momento di una pioggia di applausi al Quirino le cose cambiano: le giovani proposte si trasformano in professioniste e la posta in gioco è alta.

In tutto questo, il Teatro Quirino ha senz’altro il merito di aver sostenuto un progetto nuovo, svecchiandosi e svecchiando il panorama stantio dei teatri istituzionali. Mi auguro che questa occasione sia di buon auspicio per gli artisti che ne hanno beneficiato e per chi, per conto del teatro, ha avuto il coraggio e il grande merito di fare una scelta libera e di qualità. Meno fortunata è la ristrutturazione che il foyer del Quirino ha subito; le buone intenzioni si vedono, ma non bastano e i risultati sono goffi. Ci voleva una mano di un architetto capace. L’idea di trasformare l’ingresso in un bistrot è senz’altro carina, ma anche in questo caso l’idea non basta: non fa un grande effetto entrare a teatro sfilando tra camerieri schierati come al banchetto di un matrimonio. Meno male che una volta seduti, le luci si spengono e lo spettacolo, come sempre, ha inizio.

Alessandro Ranellucci

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