L’indagine di Wim Wenders

6 August 2006 — Spunti

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Entrance, Houston, Texas, 1983La bellissima mostra su Wim Wenders in corso alle Scuderie del Quirinale fino al 27 di agosto è una rassegna di fotografie che il regista tedesco ha scattato negli ultimi venti anni in giro per il mondo. Non è un diario di viaggio, o per lo meno non lo è in senso strettamente emozionale e narrativo, e non è un’inseguimento dell’esotico né una fuga in cerca di consolanti risposte. Tuttavia l’occhio fotografico di Wenders non ha neanche la pretesa di essere una “ricerca”, poiché non mette alla prova i suoi soggetti e non trae conclusioni. Potremmo definirla una indagine, come il titolo – Frammenti dal pianeta Terra – suggerisce: una raccolta di fotogrammi, di attimi permanenti nel tempo, di ritratti del genius loci di quei posti dove non è stata necessariamente la mente di un architetto a configurare lo spazio.
Wenders così facendo apre delle finestre su porzioni del mondo, ritraendole con inquadrature neutrali, frontali (ma sempre leggermente disallineate per non falsarne la profondità), senza ricorrere a giochi di luce o altri espedienti: ogni immagine prende atto di uno status quo, di un dato inconfutabile e oggettivo. Se poi questa realtà faccia parte della civiltà moderna o della natura o della stratificazione storica e sociale è una questione esterna: Wenders afferma che “i luoghi hanno memoria”, a prescindere dalle attribuzioni interpretative che se ne possono fare. All’occhio di un architetto poi emergono tanti temi di sostanza: le inquadrature del costruito, che siano le colorate strade desertiche del Montana o i palazzoni di Chicago, rifiutano l’isolamento dei singoli oggetti ma preferiscono tagliarli per poter, più proficuamente, includere anche il contesto e un pezzo di suolo stradale antistante (l’architettura del vuoto, degli spazi, del contesto…); gli edifici cadenti con l’intonaco scrostato delle periferie cubane poi risultano molto più vissuti, più pieni, più veri che non all’origine o – peggio – magari dopo un intervento di restauro eccessivamente artificiale. A margine, nota bene Giorgio Muratore gli echi delle inquadrature di Pagano in alcune immagini dai contenuti particolarmente plastici.
Che sia ora di sostituire qualche banale citazione di Vitruvio, fatta regolarmente a sproposito, con gli spunti e le idee d’architettura di un regista tedesco?

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